Diario di bordo: Io no spik inglish

Benedetta | mercoledì 17 febbraio 2010 | diario di bordo

austin-powers

Oggi come oggi chiunque sulla faccia della terra dovrebbe parlare un inglese più o meno fluente, giusto?

Ma come mai questa teoria vale per circa il novanta per cento della popolazione mondiale, mentre il novanta per cento degli italiani fa fatica a ricordarsi che ciao si dice hello?
Mentre i giapponesi sono timidi e rispondono yes anche se gli stai chiedendo in arabo gentilmente di regalarti i loro reni, carta di credito e mini appartamento nella Ginza, molti dei nostri conterranei, di fronte ad una parola anglofona prima strabuzzano gli occhi, poi ti guardano perplessi e, alla fine, concludono il tutto rispondendo con estremo candore nella loro lingua locale.
Lavorando in centro me ne passano di stranieri sotto il naso…Avranno i loro caratteracci, ma il merito è che la stragrande maggioranza mastica l’inglese. Quando però, sfortunatamente, capitano sotto le grinfie di qualcuno che non lo parla (vedi le colleghe, nonchè la padrona del negozio) si trovano di fronte ad un cortometraggio che potrebbe rientrare a buon avviso nella categoria del comico. Qualcuno deve spiegarmi perchè la gente è convinta che un americano capirà meglio l’italiano se glielo urli: il negozio è piccolo, e quando ciò succede mi sento allo stadio, sebbene le frequenze vocali di una sola farebbero impallidire mezza curva. So-no-set-te-e-u-ro! a parte che sarà pure straniero ma non è pirla, che serve scandire una lingua che una persona non conosce? Se un cinese mi parlasse in mandarino glielo direi, scandisci pure che tanto non ti capisco e mai ti capirò! ed è dopo questo primo passo che inizia il bello.
Immaginatevi i mestieri muti: qualcuno che si sbraccia per farvi capire qualcosa che nella sua testa è scontato, per voi no tanto da farvi pensare ad un improvviso attacco di epilessia al quale non sapete fare fronte. Perfetto, togliete i mestieri e metteteci un discorso: se già è difficile indovinare da un mimo che si vuole rappresentare un cameriere, figuratevi una frase più lunga di soggetto, oggetto e verbo. Eppure sono stata testimone anche di questo e, durante la sceneggiata dove l’italiano s’incazza pure perchè ’sto straniero non capisce proprio niente, ho fatto abbastanza fatica a trattenere le risate. E non parlo di negozi, parlo proprio all’estero, dove è facile trovare i propri connazionali perchè, punto primo, strillano come al mercato trasformando Heatrow in una voliera gigante e secondo, perchè si forma il vuoto attorno visti gli ampi movimenti di stretching con i quali tentano di farsi capire (e con i quali potrebbero pure ferirvi se siete nei paraggi).
Stoccolma, agosto 2009, marito e moglie rivolti ad una sosia degli Abba al banco informazioni.
“Signorina, potrebbe darmi la carta per visitare i musei e girare in lungo e in largo per la città?”
Viso perplesso e sorridente.
“Signorina, per favore, vuole darmi la carta per i musei e gli autobus?” (tono leggermente alterato)
Viso sempre più perplesso, ma sempre sorridente.
“Signorina, mi da quella carta??” (inizia il crescendo rossiniano)
“Amore, ma questa qui perchè non mi da quello che voglio?”

Risposta acida: perchè è svedese, idiota!

La teoria che mi sono sentita ripetere più volte è la seguente: siccome vengono in Italia devono conoscere la lingua del posto. Quindi un russo è obbligato a parlare l’italiano se viene cinque giorni della sua lunghissima vita qui… Viceversa, se chi sostiene questa teoria va’ a Mosca dovrebbe parlare bene il russo perchè ovviamente vai a casa dei russi quindi devi farti capire. Che dite, quante grinze fa questo ragionamento? Dite che possa bastare un numero periodico? Eh no cari, perchè una volta che l’individuo dalla mente più furba di una volpe si trova a Mosca dirà: Oh ma che palle, qui nessuno che mi capisce!
Che dire di più… Mr. Brown aiutaci tu!

Scritto da: Benedetta | Sito web

Nutrita con panini farciti di immagini dalle passerelle fin da bambina, scrivevo riguardo ogni cosa mi accadesse, mentre mi laureavo in Scienze Politiche. Il colpo di fulmine, all'interno di una redazione: perchè non raccontare di questo mio sogno attraverso un blog? Nasce così ilmenabo.com: uno spazio personale dove dare sfogo ai miei interessi ed alle mie passioni, raccontate attraverso una vena realistica, ma sfumata dall'allegria e dal piacere di scrivere. In poco tempo il gioco lascia il passo al lavoro, e si evolve in termini di lettori ed argomenti. Giacche, gossip e lampade? Ecco servito il menù quotidiano della mia alimentazione, ricca di colori vitaminici e zeppe in corda. Saranno i bloggers il futuro del giornalismo? Chi lo sa, io intanto ci credo!

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